Sempre in zona di guerra, su proposta del direttore di sanità di corpo d’armata o del capo ufficio di sanità divisionale e solo quando le truppe dovevano sostare per qualche tempo furono impiantate le infermerie temporanee, organizzate presso i corpi, le brigate e le divisioni. Il personale impegnato era tratto dai corpi o dalle sezioni di sanità.

Il loro compito era la cura dei militari (del reparto che le organizzava o di quelli viciniori) con affezioni di poca entità per le quali era prevedibile la guarigione in circa 10 giorni ed un completo ripristino alla idoneità al servizio.

Gli infermi che invece presentavano affezioni di maggior durata, ma presumibilmente con una degenza non superiore ai due mesi erano ricoverati in ospedali per malattie mediche e in seguito trasferiti in convalescenziari o nei depositi di convalescenza e tappa della zona di guerra, per essere, dopo un conveniente periodo di riposo e di allenamento, utilizzati come complementi nei battaglioni di marcia.

Quando il reparto dal quale dipendeva muoveva per altra località, l’infermeria cessava di funzionare, sgomberando gli infermi che non potevano rientrare al corpo agli stabilimenti sanitari più vicini.

Tra queste unità avanzate – anche se non fu letteralmente temporanea - vale la pena ricordarne una, tra le più “estreme” ovvero l’Infermeria “Davide Carcano” in Adamello, organizzata dal Capitano medico Giuseppe Carcano e intitolata in onore del padre garibaldino che combatté a Bezzecca.

Il trentottenne Giuseppe Carcano era nativo di Milano, laureatosi in medicina a Pavia nel 1904, fu volontario in Libia del 1911 e entrò in guerra il 24 giugno del 1915 in forza alla Quinta Sezione Sanità.

Con il grado di tenente si guadagnò anche una medaglia d'argento al valore militare:

"Dislocato in alta montagna ed informato che in località sottostante una grossa valanga aveva travolto un drappello di soldati, sotto l'imperversare di una forte tormenta, con grave pericolo della propria persona, primo accorreva sul posto, ed animato da elevatissimo sentimento del proprio dovere, faceva, in condizioni eccezionalissime, opera ammirevole di salvataggio, riuscendo con costanza ed ardimento a portare in salvo 17 soldati feriti. — Piano Lavedole, 13 dicembre 1916. — Già distintosi per ardimento, coraggio e sprezzo del pericolo durante tutti i fatti d'arme svoltisi sull'Adamello. — 12-29-30 aprile alla Vedretta del Mandrone, occupazione della linea Menicigolo - Passo Cavento - Conca Mandrone - Lago Leuro e Alta Val di Genova".

Il Carcano fu l’ideatore ed il direttore di questa unità sanitaria avanzata che sorse nella conca del Venerocolo, alla base dell’imponente parete nord dell’Adamello, presso il villaggio militare impiantato al Rifugio “Garibaldi” (inaugurato dal CAI nell’agosto 1894), tanto che l'ufficiale medico divenne noto agli Alpini come “ol dutùr del Garibaldi”. La piccola struttura alpinistica fu requisita per diventare il quartier generale di un presidio, che raggiunse i 600 uomini, conosciuto come “Compagnia Autonoma Rifugio Garibaldi”, incaricata del compito di conquistare l’Adamello.

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L’infermeria “Carcano” poteva disporre di 50 brande o 150 letti sovrapposti, di una sala operatoria, di una sala di medicazione e poi di bagno, cucina economica e termosifone. Nell’agosto 1915, l'infermeria fu interessata da lavori di ampliamento condotti dal tenente del Genio Alessandro Volta.

L’unità sanitaria poteva contare anche su una teleferica che arrivava proprio di fronte all’ingresso dell’edificio. Le iniziative del Cap. Carcano, però, non si limitarono all’infermeria. Nel 1916 progettò un sistema per adattare un paio di sci alle comuni barelle rigide, ottenendo un duplice obiettivo: da un lato, i feriti, scivolando sulla neve, non ricevevano dolorose sollecitazioni, dall’altro, i soccorritori avrebbero sopportato fatiche minori.

Oggi, del presidio militare al “Garibaldi”, rimane un unico manufatto ancora integro: la chiesetta dei caduti dell’Adamello, inaugurata nel mese di dicembre del 1917 alla presenza del colonnello Ronchi, di rappresentanti del Touring Club Italiano e di altre autorità. La messa fu celebrata dal cappellano militare don Federico Chiappini di Losine. Il tempietto fu progettata dal capitano del Genio Ciro Rossi, allora comandante della stazione della teleferica al Garibaldi. La costruzione fu affidata agli alpini, agli artiglieri, ai fanti e ai soldati appartenenti alla Sanità, di stanza al presidio.

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