Sezione di sanità fluviale e lagunare

Per il servizio di sgombero della brigata di marina nella difesa del basso Piave (circa 8.000 uomini) fu istituita una speciale sezione di sanità con mezzi di trasporto e di ospedalizzazione adatti alla zona prevalentemente fluviale.

Questa sezione, ideata dal capitano medico della R. Marina Salotti, era composta da due vaporetti-ospedale, ricavati dalla trasformazione dei comuni vaporetti lagunari di Venezia, con a prora un reparto sistemato a cuccette smontabili (una trentina circa) e a poppa una sala operatoria.

La sezione possedeva inoltre tre motoscafi ambulanza attrezzati con telai-barella per 8 feriti gravi e con sedili per feriti e malati leggeri.
Questi motoscafi si spingevano fino alle trincee e alle batterie sparse lungo i canali e i fiumi per raccogliere i feriti e trasportarli ai vaporetti-ospedale.
Il personale sanitario addetto alla sezione era costituito da 2 ufficiali medici, 10 infermieri e una squadra di portaferiti.

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Trasporto per via mare

La normativa relativa al soccorso ed al salvataggio dei naufraghi nonché quelle relative al trasporto via mare di feriti od ammalati in tempo di guerra furono stabilite nelle Conferenze di Pace di Bruxelles del 1874 e de L’Aja del 1907.

Le norme prescrivevano le modalità di allestimento delle navi ospedale affinché fossero riconosciute e protette.
Le navi ospedale dovevano essere di dimensioni sufficientemente grandi per renderle visibile, essere verniciate completamente in bianco e contrassegnate da vistose croci rosse intervallate da bande orizzontali verdi lungo tutta la fiancata. Dovevano navigare completamente illuminate di notte, essere corredate da appositi segnali luminosi bianchi e verdi ed emettere in continuità un segnale radio convenzionale di riconoscimento. La partenza e la rotta doveva essere comunicata,tramite le società nazionali di Croce Rossa, all’eventuale nemico.

Durante il conflitto, il trasporto via mare con navi-ospedale fu eseguito specialmente per lo sgombero dei feriti italiani che avevano combattuto in Albania e Macedonia.

L’imbarco dei feriti poteva avvenire direttamente alle banchine quando c’era l’opportunità di attracco o in mare aperto issando a bordo col paranco i teli-barelle e introducendole nei corridori dei reparti medici o chirurgici. Le navi-ospedale erano dotate inoltre di gabinetti radiologici e batteriologici.

Questo servizio era operato con le navi Re d’Italia, Regina d’Italia, Brasile, Albaro, Clodia, Gargano, Roma, Cordova, Italia, Santa Lucia, Marechiaro, Ferdinando Palasciano.

La Re d’Italia con la "sorella" Regina d'Italia furono trasformate in nave ospedale nel 1911 durante la guerra Italo-Turca curando e rimpatriando feriti e soldati. La Re d'Italia nel 1918 per conto del Governo Britannico rimpatriò truppe Americane dall'Europa al Nord America.

La Marechiaro venne requisita dalla Regia Marina ed adibita a nave ospedale agli inizi del 1916, nell'ambito della vasta operazione di salvataggio dell'esercito Serbo attraverso i porti dell'Albania. Nel corso del suo breve periodo di servizio la nave effettuò in tutto 6 missioni trasportando complessivamente 258 feriti ed ammalati tra l'Albania e i porti Pugliesi. Il 21 febbraio 1916 la Marechiaro in navigazione al largo di Durazzo, urtò una mina posata dal sommergibile Tedesco UC12 (in realtà utilizzato dalla Marina austriaca con la sigla U24 ebbe la stessa sorte il 16 marzo successivo) nei pressi di Capo Laghi ed affondò. Uno degli ufficiali medici imbarcati, il Capitano Medico Gnasso, finito in mare e gravemente ferito, tornò a bordo continuando a prestare la sua opera finché fu possibile. I superstiti furono tratti in salvo dai Drifter Britannici Hasting Castle e Selina. Il libro “La Marina nella Grande Guerra” di Franco Favre indica 33 vittime e 104 superstiti della sciagura.

La Ferdinando Palasciano assunse questo nome e lo status di nave ospedale nel 1915 quando fu requisita dal Governo italiano nel porto di Genova dove stazionava dall'anno precedente. Si trattava della ex König Albert, della società tedesca North German Lloyd, una delle più grandi navi mercantile con la sua stazza di 10.484 tonnellate, una lunghezza di 159 metri e una larghezza di 18. Il 19 gennaio 1916, la nave ospedale caricò a S.Giovanni di Medua, 865 tra militari e profughi serbi, tra cui: 12 ufficiali e 234 soldati malati o feriti e 82 donne, 508 ragazzi e 29 bambini in condizioni di deperimento fisico. Appena uscita dal porto e diretta a Marsiglia, fu bloccata dal sommergibile austriaco U-11 che invitò il comandante della nave ospedale a recarsi a bordo, cosa che fece accompagnato dal responsabile medico Ten. Col. medico Monaco. La nave fu costretta a far rotta a Cattaro, dove, in una sorta di sequestro, fu passata "a visita" e solo dopo aver verificato che gli imbarcati effettivamente erano in condizioni sanitarie precarie fu fatta ripartire il 22 gennaio. Nell’estate del 1916, la Palasciano funzionò con le sue 950 cuccette come ospedale galleggiante nel porto di Valona (Albania).

Il 4 Luglio 1918 si verificò l'affondamento della Cordova a causa del siluramento da parte di un sommergibile nemico. La nave, però, era già da tempo riconvertita in trasporto truppe e non era più classificata come nave ospedale.

Agli inizi del 1916, nell’ambito dell'operazione per il salvataggio dell’esercito serbo in ritirata attraverso i porti dell’Albania, la Regia Marina decise di requisire allo scopo anche la nave Santa Lucia, che, con una capienza di circa 100 posti letto, fu adibita nel luglio  1916 a compiti di nave ospedale e nave ambulanza.
La nave ambulanza Santa Lucia, durante il suo servizio, compì 12 missioni, trasportando 1438 tra feriti e malati. Fu affondata il 24 luglio 1943 a nord punta Eolo dell'Isola di Ventotene, quando fungeva da nave postale.

Nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1915, alle 3 di notte, l'incrociatore "Amalfi" lasciava il porto di Venezia scortato da alcune cacciatorpediniere. Per un'ora filò cautamente, senza incidenti, a circa 30 chilometri dalla costa; alle ore 4 le vedette segnalarono un sommergibile a babordo che silurà la nave. Segnalato il siluramento al Comando della piazza, venivano apprestati i mezzi di soccorso: i naufraghi vennero raccolti dalle torpediniere Calipso e Procione, mentre le piccole navi ospedale Roma e Clodia si avviavano incontro ai feriti coi barconi della Croce Rossa e li raggiungevano agli Alberoni. Poco dopo i feriti e gli ammalati erano già ricoverati all'Ospedale di Marina, a Sant'Anna, e in altri ospedali della città, e quasi tutti in un stato soddisfacente. Si salvarono 652 uomini su 719 che si trovavano a bordo.

 

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